- “Ho vissuto un dolore profondo, come persona. Non come artista. Ero io, nuda di fronte a un terremoto”
- La cantante 48enne e il chitarrista e produttore musicale 50enne sono genitori di Emma Cecile, 16 anni, e Sebastian, 13 anni
- Rivela anche l’abuso sessuale subito quando era solo una bambina: aveva appena 8 anni
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In un nuovo album, in uscita il 27 novembre, e in un mediometraggio racconta la crisi individuale verso “un grandissimo cambiamento”. Elisa Toffoli al Corriere della Sera parla per la prima volta della separazione dal marito Andrea Rigonat, dopo più di 17 anni insieme. “Ho pensato di ritirarmi”, ammette. La cantante 48enne e il chitarrista e produttore musicale 50enne sono genitori di Emma Cecile, 16 anni, e Sebastian, 13 anni.
“Questo progetto, il disco e il film, nasce dal bisogno di raccontare sinceramente una crisi individuale, il suo attraversamento verso un grandissimo cambiamento. Ho vissuto un dolore profondo, come persona. Non come artista, non avevo infatti la protezione del ruolo, ero io, nuda di fronte a un terremoto. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di descriverlo, e di descrivermi”, svela Elisa.
“Kintsugi” è per lei una forma di autoanalisi. “La rottura tra mio marito e me è avvenuta a settembre dell’anno scorso, dopo diciassette anni vissuti insieme. Ci sono dei figli, era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai. Questo sovvertimento mi ha portato a guardami dentro spietatamente, a farmi domande che non mi ero mai posta. E questo si è riversato in Kintsugi”, confida l’artista. E rivela: “A un certo punto ho pensato anche di ritirarmi, di farmi una nicchia al riparo del mondo. Non riuscivo a scrivere cose nuove, perché non volevo toccare certe verità. Quando poi ho deciso di far cadere i recinti, tutto si è riaperto, ho ritrovato energia e libertà. Personale e creativa”.
Nel film lei si fa vedere mentre scrive, lo fa da tutta la vita, in diari mette nero su bianco ferite profonde. Ne confessa una enorme: “Da piccola ho subito un abuso sessuale. Avevo otto anni. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile. Il tipo di esperienza umana che segna la vita di chi ha vissuto la violazione del corpo è qualcosa di molto difficile da nominare. Mi ha segnata per sempre”.
“Sto imparando a non colpevolizzarmi”, spiega la Toffoili. .”Da un po’ di tempo ho iniziato un percorso di terapia psicologica e questo mi sta aiutando molto”, aggiunge. Si sta liberando: “Il senso di colpa del quale lei parla è proprio il motivo per cui oggi ho deciso di parlarne. Voglio cercare di essere utile alle tante ragazze e donne, e ai tanti ragazzi, che hanno subito abusi. E’ una missione collettiva, liberarsi da questo assurdo, straziante, senso di colpa per una violenza subita”.
Elisa chiarisce: “Chi, come me, l’abuso l’ha conosciuto da bambina, perde fiducia nel prossimo, smette di pensare che gli adulti ti proteggano, il tuo mondo si popola di mostri e di pericoli. Quel dolore si va a insediare in anfratti che ogni tanto rigurgitano. E’ un peccato, perché ti toglie tempo di vita, che nessuno ti restituirà. Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne, io ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona abusata non ha mai nessuna colpa”.

